Chi è Vanni Oddera? E’ il campione buono. Un fuoriclasse in moto, a 36 anni, che ha deciso di sfruttare le sue doti per aiutare i disabili. Campione italiano e internazionale di motocross freestyle, ammette: “Per un male raro dovrei evitare gli eccessi, ma non rinuncio”. Si chiama sindrome di Kartagener, ossia disposizione invertita degli organi interni. Il fegato si trova a sinistra, la milza dall’altra parte. Il cuore bradicardico è sulla destra della cassa toracica, il volume è doppio del normale. Come se Vanni fosse eternamente allo specchio. Ha fatto tutt’altro nella vita, però, che stare immobile.

Intanto, si è comprato 10 ettari di terra in provincia di Savona, ha ristrutturato una cascina abbandonata e qui vive con la fidanzata Jessica, tre cani e due caprette. No, non l’ha fatto per vivere lontano dalla civiltà. Tanto è vero che ha deciso di attuare un progetto di mototerapia per disabili, come racconta nel libro ‘Il grande salto: ovvero come ho capito che l’amore per gli altri rende felici’.  Soffre di vertigini, ma poi fa il giro della morte, in moto, a dieci metri d’altezza. E’ tutto e il contrario di tutto, Vanni Oddera. “Quando sono in volo, tengo gli occhi incollati sulla moto per non guardare in basso. Ho sempre voluto sfidare la morte: scansarmi all’ultimo secondo. Da piccolo, mi mettevo dietro ai camion che scaricavano pietre. Quando cominciavano a cadere, scappavo, ma una volta son rimasto sotto”.

Ha paura anche del buio, quando dorme da solo. “Tengo con me quelle lucine da bambini. Me la porto in viaggio”. La sindrome di Kartagenere gli è stata diagnosticata casualmente: “Pur di non farmi pensare alla moto, i miei genitori mi iscrivevano a qualsiasi tipo di corso. Durante una visita medica per quello di pattinaggio artistico, un dottore se ne accorse. Avevo 12 anni”. Nessuno se n’era mai accorto, nonostante Vanni fosse stato diverse volte in ospedale per incidenti causati dal suo carattere indomabile. “I medici mi dissero che le dimensioni del cuore potevano crearmi grossi problemi, mia madre si mise a piangere, io pensai che non avrei modificato il mio modo di vivere”. Sì, perché in teoria Oddera dovrebbe fare attenzione pure quando scende le scale: “Mi sono fratturato 26 ossa ma sono ancora qua”. Nonostante gli organi al contrario non si è mai sentito diverso: “Solo per il mio modo di vivere selvaggio. Alle medie sapevo a malapena leggere e scrivere. Una prof mi aiutò utilizzando una terapia d’urto: devo ringraziarla”. Come? “Mi faceva leggere ad alta voce per farmi vergognare davanti alla classe. Mortificandomi, fece di me un essere sociale. La natura, però, mi ha insegnato valori che nessuno avrebbe potuto inculcarmi. Come prendermi cura dei più deboli”.

Il primo motorino arrivò a 15 anni, regalo del nonno. A 22 anni la prima moto, grazie ai soldi del lavoro in un pub. “Ho gareggiato per anni. Oggi mi esibisco in giro in Russia, Messico, Uruguay, Spagna, Stati Uniti”. L’idea della mototerapia è arrivata nel 2008: “Ero a Mosca, avevo appena concluso una gara importante. Stavo andando a una festa piena di donne e alcol. Salii su un taxi e sentii una puzza di urina terribile. Mi accorsi che l’autista era senza gambe e seduto sul suo piscio. Fu come ricevere un pugno in piena faccia. Gli detti tutti i soldi che avevo e tornai in albergo, dove scoppiai subito a piangere”. Appena a casa, Vanni chiama un amico che lavora in un centro per disabili e propone di aiutare questi ragazzi. “Oggi montano in moto con me tetraplegici, ragazzi down, chiunque senza distinzioni. Quando mi vedono nella tuta, mi percepiscono come un supereroe. Si fidano ciecamente”. Il campione buono si sta organizzando pure per fare il giro della morte insieme a una ragazza di 24 anni, che vive da anni sulla sedia a rotelle ed è spastica dalla nascita. “Gli ideali vanno perseguiti sempre, giusti o sbagliati che siano. Io lancio il messaggio che fare del bene non è da sfigati”.

Vorace, pure nella vita privata: “Ho avuto più di 1000 donne. Una decina al mese. Ora mi sono dato una calmata, ho voglia di famiglia. Jessica è la prima ragazza a cui abbia permesso di mettere le mani sul mio cellulare”. I messaggi più belli sono dei genitori dei ragazzi che Vanni porta con sé: “Dicono che sono come una candela: entro ed esco, ma nel frattempo ho illuminato la stanza”.