Sardegna (-44,8%), Abruzzo (-40,2%), Campania (-39,3%), Molise (-37,6%), Basilicata (-36,4%) e Sicilia (-35,3%): sono le regioni, in cui, in termini percentuali, il Pd nelle elezioni politiche di domenica scorsa ha perso più voti rispetto alle precedenti politiche del 2013. A livello nazionale, in valore assoluto il Pd accusa una contrazione di quasi due milioni e mezzo di voti, scendendo del 28,8% rispetto al 2013. A livello di circoscrizioni territoriali, a parte il crollo nel Mezzogiorno (-36,4%), da segnalare anche il 28,5% accusato nel Centro e nel Nordest, mentre il risultato nel Nordovest, pure se molto pesante (-21,9%), è meno disastroso.In dieci anni, poi, tra le elezioni politiche del 2008 e quelle del 2018, il Pd ha perso quasi la metà dei voti, passando da 12,09 milioni circa a 6,159 milioni, con una contrazione del 49,1% (-5.932.874).

Sono i principali risultati dell’elaborazione dei dati forniti dal ministero dell’Interno effettuata dal settore datajournalism ‘social’ di Mediacom043 (sono allegate due tabelle). Da adesso, infatti, visto l’apprezzamento per i rapporti economici di Mediacom043, il settore datajournalism dell’agenzia viene divisi in due rami. Il primo resta quello del datajournalism economico, l’altro debutta nel settore del datajournalism sociale.

Entrambi i settori sono affidati alla direzione di Giuseppe Castellini. Inoltre, è stato deciso che, dopo la sperimentazione in Umbria, Mediacom043 effettuerà un maggior numero di indagini sia a livello interregionale, sia nazionale. 

 Il declino del Pd – rileva il direttore del settore datajournalist ‘social’ di Mediacom043, Giuseppe Castellini – appare strutturale, e non contingente, se si guarda al decennio 2008/2018. Non si puòdefinire in altro modo una perdita di voti pari al 49,1%. Quanto al confronto tra i risultati delle segreterieRenzi e Bersani, quella di Bersani registra la performance migliore: nel 2013, rispetto al 2008, il Pd perse infatti il 39,8% dei voti (da 12,092 a 8,646 milioni, 3,446 milioni), mentre con Renzi ha perso il 28,8% (-2,486 milioni) confrontando i risultati del 2013 con quelli del 2018. Con Bersani il Pd ottenne molti seggi in più grazie al sistema elettorale di allora, il Porcellum, maggioritario fino all’inverosimile, tanto che è stato dichiarato incostituzionale dalla Consulta”.

Inoltre, “il risultato pesantissimo del Pd nel Mezzogiorno, sia nel 2013 che nel 2018, unitamente alla crescita esponenziale del Movimento Cinque Stelle, riporta drammaticamente in primo piano la questione meridionale. Il che appare del tutto comprensibile, se si pensa che dai primi anni Novanta ha dettato legge solo la questione settentrionale, mentre il Sud è stato sistematicamente ignorato e la questione meridionale, questione storica dell’Italia, seppellita. Ma i morti, quando non sono tali, risorgono dalla morte apparente. E sono risorti, cambiando drasticamente gli equilibri politici del Paese e costringendo così a guardare al Sud. Ignorare questa parte del Paese rischia di far saltare il banco del Paese intero”.

Infine – continua Castellini – se si confrontano i risultati del Pd nelle due realtà dove si è votato  anche per le elezioni regionali, Lombardia e Lazio, non si notano scostamenti di grande rilevanza rispetto alle elezioni politiche. Nel Lazio il Pd alle regionali è un po’ sotto il risultato delle politiche, ma se si considera la Lista Zingaretti (dove certamente una parte dei voti avrebbe preso la strada del Pd senza la presenza di questa lista) si può considerare un po’ sopra il dato delle elezioni politiche. In Lombardia il Pd resta invece sotto il dato delle politiche anche se ai voti dem ai aggiungono quelli della Lista Gori. Ma, tenendo conto dei normali spostamenti tra un tipo di elezione e un’altra, non si tratta di variazioni particolarmente rilevanti”.

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