Già di per sè, il canone Rai è percepito come uno dei balzelli più odiosi per il contribuente italiano, soprattutto per quanto la Rai abbia derogato al ruolo di servizio pubblico e per la presenza di spot pubblicitari, come per le reti commerciali. Ora, se possibile, sarà ancora più malvista, dal momento che l’importo che paghiamo nella bolletta elettrica non va totalmente alle esigenze della tv pubblica, ma in parte anche al Fisco. Lo rileva Pompeo Locatelli in un articolo sul Giornale, dove analizza il Focus di R&S Mediobanca sulle dinamiche del settore televisivo italiano attraverso l’analisi dei bilanci nell’arco temporale tra il 2012 e il 2016. “Io – si legge nell’articolo -, come credo tutti i cittadini-contribuenti possessori di un televisore, ritenevamo che tutto il prelievo dovesse finire al servizio pubblico radiotelevisivo, magari per migliorare la qualità-utilità delle trasmissioni. Invece non è così: 17 euro dei famosi 100 hanno preso nel 2016 la direzione della finanza pubblica. Una vera e propria tassa occulta (è lecito pensare che ce ne siano altre e ci si guarda bene dal comunicarlo). Un canone tradito, insomma”. “Per restare sul terreno delle stranezze legate al servizio pubblico radiotelevisivo di Stato – prosegue Locatelli -, è illogico e disarmante che a fronte delle copiose entrate con l’obbligatorietà del canone non si assista parimenti ad una drastica riduzione della pubblicità. Come evidenziato sempre dal citato prezioso studio di Mediobanca succede in altri Paesi. È una posizione di privilegio incongrua e contro la libertà di mercato. Servono nuove regole. E un palinsesto trasparente e ragionevole”.

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