Milioni di vite spezzate, tra morti ed esuli, distruzioni, lingua e cultura  quasi cancellati e un Paese ridotto a meta turistica. La storia del Tibet, dal 1950 ad oggi, è quella di una nazione martoriata dall’ingombrante vicino cinese che ha occupato da 70 anni una nazione libera.Con Claudio Cardelli, presidente dell’associazione Italia-Tibet, ricordiamo un appuntamento molto importante:la manifestazione del 4 giugno in Piazza del Popolo a Roma alle ore 15,00

““Come associazione Italia-Tibet da 32 anni organizziamo manifestazioni, in tutta Europa, in occasione delle ricorrenze che riguardano la storia tibetana. Oggi ci siamo posti il problema di allargare la protesta contro la politica cinese in generale, quindi contro la repressione delle minoranze, dei dissidenti e in materia religiosa. Abbiamo anche inteso attirare l’attenzione sui rapporti Italia-Cina, perché a causa dell’accordo della ‘Via della seta’ avvertiamo un grande pericolo di intromissione della Cina nelle questioni italiane, con ingerenze per quanto riguarda le infrastrutture e per la presenza economica e strategica della Cina in Italia.

Sempre di più in questa guerra fredda moderna tra Usa e Cina, ci viene chiesto da che parte stare. Non è pensabile tenere i piedi in due scarpe, come nostro solito, in questo momento tutto il mondo occidentale è chiamato a fare una scelta precisa, perché, purtroppo, l’Europa è la grande assente. La nostra manifestazione lancia un grido di allarme sulla colonizzazione di Pechino. Potendo scegliere preferiamo rimanere sotto l’ombrello protettivo degli Usa, sotto la ‘pax americana’ con tutti i suoi difetti e non sotto il regime cinese”.

Non poteva mancare a Claudio Cardelli una domanda sull’attuale situazione del Tibet. ““Oggi in Tibet ci sono stati diversi cambiamenti drammatici in senso globale, infrastrutturale, sociale, religioso, culturale. Nel 1980, durante il governo di Deng Xiaoping, c’è una sorta di autocritica cinese rispetto a quello che è stato fatto in Tibet. I cinesi si rendono conto di aver provocato un genocidio e distruzioni generali e cercano di mettere delle toppe. Invitano una delegazione di tibetani in esilio, ma durante questa visita l’intera popolazione si riversa nelle strade. C’erano anche la sorella del Dalai Lama e molti dignitari. I filmati mostrano come nonostante la repressione e le distruzioni, il popolo è fedele e devoto al Dalai Lama e al mondo che l’aveva seguito in esilio.

I cinesi si rendono conto che 20 anni di propaganda e lavaggio del cervello e violenze, non sono riusciti a cambiare l’animo di questi ‘montanari superstiziosi’. E quindi blindano il Tibet: nessuno può entrare o uscire. Nel 1987, poi, aprono il Tibet al turismo occidentale e cinese e inizia la fase della modernità, che significa snaturare completamente il Paese. Il governo cinese investe miliardi di dollari in Tibet per strade, ferrovie; Lhasa viene stravolta dal punto di vista urbanistico, viene distrutta la città vecchia, emblema di un mondo che i cinesi disprezzano, ritenuti arcaico e feudale, e vengono lasciati in piedi solo quei monumenti che possono essere un’attrattiva per i turisti. Alcuni monasteri vengono restaurati per dare una parvenza di libertà religiosa che assolutamente non c’è. Al contempo inizia l’invasione di coloni cinesi sulla scia di quanto dichiarato da un funzionario cinese durante un convegno a Chendu: ‘Noi sommergeremo, affogheremo i tibetani in un mare di han’.

Questa frase la dice lunga sulle strategie imperialiste dei cinesi. E, infatti, questo in qualche modo è avvenuto. In Tibet ora tutta la segnaletica è scritta in mandarino, la popolazione cinese è prevalente e i tibetani sono un po’ come i nativi americani, ghettizzati nelle riserve, ai margini della società. La lingua cinese è imposta, il tibetano viene boicottato, perché se ad un popolo togli la sua lingua, gli togli la vita. E questa è una delle tante operazioni che i cinesi stanno portando avanti scientificamente con molta determinazione”.