Il Tibet, dalla Rivoluzione culturale in poi, è la ferita nel mezzo della Cina. Territorio occupato militarmente, viene alla ribalta ogni qualvolta si sente parlare del Dalai Lama, leader religioso buddhista esiliato, e dei monaci che si danno fuoco per protestare contro la prepotenza cinese. In tutto il mondo, parallelamente con l’occupazione, sono nate associazioni che si battono per sensibilizzare l’opinione pubblica. Una di queste è quella ‘Italia – Tibet’, presieduta da nove anni da Claudio Cardelli.

Dice: “L’Associazione è nata 30 anni fa, nel 1988, per merito di alcuni appassionati della cultura tibetana che, pochi mesi prima, erano stati in Tibet dopo che la Cina aveva deciso di aprire al turismo internazionale la zona. Nel 1950. il territorio era stato occupato e annesso alla Cina, con almeno un milione di morti e la distruzione di tutti i templi di culto buddhista. In noi nacque la volontà di creare un’associazione che si potesse battere per far conoscere la situazione e per aiutare tutti i profughi tibetani all’estero. Analoghi scopi hanno le associazioni nate in India, Stati Uniti, Francia, Germania, Australia e così via”.

Veri e propri ‘pasionari’, votati alla causa. Cardelli racconta: “Facciamo un lavoro politico di informazione, coinvolgendo politici, influencer e istituzioni perché facciano pressioni sulla Cina,affinchè sia riconosciuta al Tibet una  “Genuina Autonomia”, invece che soggiogato da una vera e propria dittatura. Da questo punto di vista, purtroppo, devo dire che ultimamente la situazione è andata peggiorando ancora”. E ancora: “A livello culturale, organizziamo mostre, incontri, dibattiti, rassegne cinematografiche. Per quel che riguarda il nostro indirizzo umanitario, diamo supporto ai tibetani che si trovano in India o in Nepal. Abbiamo fatto scuole, ospedali, siamo intervenuti per le adozioni dei bambini con lo status di profughi”.

Non finisce qui un impegno che ha tante sfaccettature: “Siamo stati noi a organizzare Pavarotti & Friends per il Tibet con il ricavato a favore delle scuole per rifugiati. Tramite sponsor, per esempio la provincia di Milano, abbiamo raccolto 400 milioni per costruire un ospedale, donare ambulanze e far nascere una clinica”. Oggi l’Associazione ha raggiunto la ragguardevole cifra di 1.600 soci, sparsi soprattutto nel Centro-Nord del nostro Paese.

“Lavoriamo a 360 gradi. Spesso organizziamo le visite del Dalai Lama in Italia. Le gestiamo direttamente o le co-organizziamo. A Rimini, dove vivo io, è stato tre volte il leader religioso e politico tibetano: un record. Del resto, conosco quest’uomo dal 1982, da quando aveva 40 anni. L’ho visto invecchiare, lo incontro una o due volte ogni anno. È un personaggio che suscita fascino perché sa comunicare e insegnare sia a un livello base, sia elevarsi come se si stesse collegando a qualcosa di più alto. Parla direttamente alla gente. Ha grande carisma. Lui si definisce un semplice monaco buddhista, ma è molto di più”.

Tibet nervo scoperto della Repubblica Popolare Cinese, dunque. Argomento da nascondere sotto il tappeto. “La Cina ha un ruolo importantissimo economicamente parlando. Naturalmente, chiunque interferisca in questi affari, viene bollato come nemico giurato della Cina”. L’Italia, dice ancora Cardelli, “è caduta nella trappola come tanti altri. Di Maio è stato a Pechino, mettendosi nelle mani astute di un personaggio come Geraci, sottosegretario del Governo Conte. Siamo entrati ufficialmente in quel novero di Paesi che si vedono recapitare un dono dalla Cina e ne diventano in un certo senso ‘schiavi’”. Ma al governo cinese già non andavano bene le visite del Dalai Lama in Italia: “Due persone dell’ambasciata cinese a Roma sono andate a protestare dal sindaco di Messina per l’invito al leader, hanno minacciato che nessun turista cinese sarebbe più stato in città. Naturalmente, poi, ci sono sindaci con gli attributi, che non hanno paura neanche di far sventolare la bandiera del Tibet, e altri che non le hanno. Dovremmo capire tutti che la Cina minaccia molto, ma nella realtà poi non fa nulla. Anche loro hanno bisogno di noi. I cinesi sono forti con i deboli, disprezzano chi si umilia”.

Le Associazioni Italia – Tibet non hanno naturalmente influenza sull’informazione tibetana e neanche possono penetrare in territorio cinese, dove vige la censura: “Sul Tibet c’è grande disinformazione. La Cina si fa forte dicendo di aver costruito e investito tanto, di aver portato la zona da una sorta di stato feudale a uno moderno. Negli ultimi 20 anni, però, 165 tibetani si sono dati fuoco, a dimostrazione dello stato di prostrazione in cui vivono. La situazione era un po’ migliorata ultimamente, ma è notizia recente di tre che si sono bruciati vivi per protesta. Il governo ha limitato un po’ il fenomeno, ancora una volta con le minacce: se tu ti fai del male, noi arrestiamo tutta la tua famiglia. Non solo: la Cina fa passare questi martiri come dei disadattati”.

 

Una speranza c’è e arriva ancora una volta dal Dalai Lama: “Lui dice che c’è molto interesse da parte del ceto medio – alto cinese per la religione e la filosofia buddhista. E che questo potrebbe salvare il Tibet. Io sono meno fiducioso di lui”.